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Sonnenstube

Sonnenstube

A PLACE WITH NO NAME
03.11 – 03.12.2017

Kevin Aeschbacher, Aubry and Broquard, Charlotte Herzig, Zara Idelson, Sarah Margnetti, Ivan Mitrovic
Curated by Marta Margnetti and Giada Olivotto

Dal 3 novembre al 3 dicembre 2017 Sonnenstube ha ospitato “A place with no name”, un’esposizione
collettiva di pittura che presenta il lavoro di sei artisti svizzeri, nel tentativo di ricostruire quella che è
la scena della pittura in Svizzera oggi.
A Lugano sono stati presentati cinque dipinti, che datano fra il 2015 e il 2017, e una serie di sculture al
suolo. Nessuna delle opere in mostra si distanzia totalmente dalla realtà che viviamo. Al loro interno
possiamo riconoscere figure o forme riconducibili al nostro quotidiano, riavvicinando il dipinto ad una
dimensione umana. Nonostante la presenza di sagome virtuali e riferimenti al mondo digitale, i dipinti
si situano fra mondi immaginati e sensazioni condivise, suggerite anche dal metodo pittorico.
Per ospitare i cinque dipinti e la serie di sculture, lo spazio è stato totalmente ridipinto di grünbeige,
con il desiderio di rendere più confortevole la stanza, dissociandosi dalla parete bianca. Questo
intervento permette di rendere partecipe lo spazio espositivo stesso, amplificando il suo essere
ambiente e quindi, abitandolo. Le opere a muro sono state installate mantenendo una certa distanza e
ad un’altezza maggiore rispetto ai normali standard espositivi. Questa distacco rende le opere
autonome e conferisce loro una presenza fisica nella terza dimensione.
Ivan Mitrovic utilizza la pittura non solo per rappresentare delle immagini attraverso dei segni, ma
anche ricercandone le qualità materiche per trasferire sulla tela textures proprie al soggetto
raffigurato. Teppich IV è la raffigurazione di un tappeto rosso. Con un attenta osservazione si
percepiscono diversi elementi decorativi che ne compongono il disegno e la pittura ad olio in questo
caso rende la superficie materica, quasi lanosa. Le tecniche pittoriche impiegate da ogni artista
conferiscono alle opere una matericità che trasporta chi le guarda nel ricordo di un momento, un
luogo, un sentimento passato o una possibile malinconia futura. Avendo appreso specifiche tecniche di
trompe-l’œil, Sarah Margnetti fa della sua pittura un’illusione, ricreando fedelmente materiali
presenti in natura, come il legno e la pietra. Ad essi combina soggetti dal carattere illustrativo tipico
delle immagini pubblicitarie degli anni ’50-’60. Questi soggetti provengono però da un immaginario
odierno ed attualizzano le tecniche pittoriche impiegate. Con Woven Hands l’artista fa riferimento ad
un estetica artificiale propria alla mercificazione del corpo.
Kevin Aeschbacher realizza soggetti digitalmente per poi ritrasferirli su tela ad olio e acrilico. Come
in Der Morgen danach-umkreist von Gleichgesinnten, enfatizza i soggetti virtuali attraverso
ombreggiature esagerate e sagomature tipiche dei video games o dei “rendering”, suggerisce un
paesaggio alieno. Questo scenario pretende però il proprio spazio, grazie alla forte tridimensionalità
degli elementi pittorici che riconducono comunque sempre a qualcosa di antropico perciò
riconoscibile. Nelle opere di Aubry&Broquard l’artigianato primitivo incontra il design facendo
riferimento alla cultura popolare e alla storia dell’arte del secolo scorso. Gli oggetti che creano
perdono la loro funzionalità in favore di un linguaggio scultoreo ironico, instabile e propenso all’errore
e all’imperfezione. I’ve never tought about that before è una composizione di elementi quasi modulari
sui quali sono state stampate in serigrafia una serie di immagini raffiguranti sculture moderniste.

Queste immagini sono state in seguito scomposte e nuovamente assemblate. L’opera può essere
infinite volte riletta attraverso nuove composizioni. Charlotte Herzig presenta per la prima volta
Roam hence, un’opera attraverso la quale il colore viene veicolato e si carica di tempo e materia dando
l’impressione di caos calmo. Una città in tumulto e un vaso di fiori freschi. Le sue tele sono cariche e
dense di elementi che si compongono di una quantità di livelli forse infinita e governata da una forza
centripeta. Trascinando l’occhio sempre più in profondità, si pervasi da un insieme di elementi che da
riconoscibili diventano geometrici e a volte interpretabili. Zara Idelson tratta di mondi immaginari,
desiderati o osservati. Attraverso la metafora della finestra, tenta di definire ciò che è il dipinto: da un
lato un’apertura sul mondo, dall’altro un oggetto sul quale raffigurare. La finestra richiama il telaio sul
quale tendere la tela, per la sua forma rettangolare ma anche per la possibilità di ospitare la
raffigurazione di un momento o una proiezione. Con Dreaming from a train Zara ci porta ad
accomodarci sul sedile di un treno e guardare il paesaggio sfuggire dal finestrino. Le pennellate veloci
e fugaci amplificano il movimento e l’inafferrabilità del sogno.

Marta Margnetti e Giada Olivotto

Sabato dalle 14.00 alle 18.00
O su appuntamento: +41 75 407 38 04